Forum Risk Management. L’ospedale di oggi e domani. Parola d’ordine “flessibilità”

Federsanità

Risolvere i problemi strutturali e organizzativi, snellendo le procedure; investire sulle risorse umane e sfruttare la tecnologia senza esserne schiavi sono queste le direttrici principali per ripensare l’ospedale di oggi e domani indicate dai Dg delle Aziende sanitarie italiane nel corso del Forum di Arezzo

In un momento in cui si parla molto di territorio, qual è il ruolo dell’ospedale? È la domanda cui hanno provato a rispondere i partecipanti al tavolo “Ripensare l’ospedale di oggi e domani flessibile, sicuro, efficiente, tecnologico” che si è tenuto al 16° Forum Risk Management di Arezzo.
“La necessità di ricostruire e riorganizzare la rete territoriale non deve far sentire la rete ospedaliera messa in secondo piano – ha affermato in apertura Francesco Enrichens di Agenas – È impensabile pensare di gestire patologie complesse come le malattie rare o l’oncologia solo sul territorio: la governance clinica deve rimanere in capo all’ospedale, che però dev’essere un ospedale aperto”.
Luigi Bertinato, responsabile della Segreteria scientifica dell’istituto superiore di sanità, ha ricordato che “l’ospedale ha dimostrato una grandissima rilevanza in questa fase pandemica. Siamo ancora in piena crisi, ma iniziare a ragionare cosa abbiamo imparato in questi primi 2 anni è importante”.
 
Sono 11 i direttori generali che si sono confrontati su cosa si potrebbe migliorare nell’ospedale del futuro: Giuseppe Longo, Dg Aorn Antonio Cardarelli di Napoli, Marco Bosio, Dg ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano, Rocco Donato Damone, Dg Aou Careggi di Firenze, Giovanni Migliore, Dg Policlinico di Bari Ospedale Giovanni XXIII, Paola Bardasi, Dg Arcispedale Sant’Anna di Ferrara, Fabrizio d’Alba, Dg Aou Policlinico Umberto I di Roma, Giovanni La Valle, Dg Aou Città della Salute e della Scienza di Torino, Maria Beatrice Stasi, Dg Asst Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, Joseph Polimeni, Dg Asfo, Chiara Gibertoni, Dg Policlinico Sant’Orsola di Bologna, Giuseppe Quintavalle, Dg Policlinico Tor Vergata di Roma e Michele Caporossi, Dg Aou Ospedali Riuniti di Ancona, cui si sono uniti i due disaster manager Andrea Cambieri, Ds Ospedale Policlinico A. Gemelli di Roma e Alberto Deales, Ds Policlinico Umberto I di Roma.
Tre le direttrici principali emerse: risolvere i problemi strutturali e organizzativi, snellendo le procedure; investire sulle risorse umane e sfruttare la tecnologia senza esserne schiavi.
Il Covid ha dimostrato che l’ospedale può essere flessibile e che si possono attuare azioni in velocità. Questa eredità secondo i direttori generali dovrebbe rimanere, trasformando in ordinario ciò che oggi è (ancora) emergenza.

Tra le buone pratiche presentate, quella dell’ospedale Careggi di Firenze che, già prima della pandemia, aveva un sistema di comunicazione tra ospedale e territorio: “Quando un paziente arriva al Pronto soccorso, viene mandata una mail al suo medico, avvisandolo che il suo assistito è in ospedale e aggiornandolo sull’eventuale ricovero e in che reparto – ha raccontato Rocco Donato Damone, Dg Aou Careggi di Firenze – A questo punto il mmg si può collegare tramite chat con gli specialisti e avere accesso agli esami clinici. Infine, riceve comunicazione quando il suo paziente viene dimesso, con che diagnosi e in che setting assistenziale. Questo ci ha permesso, anche durante il Covid, di mantenere rapporti strettissimi con il territorio. Si tratta di un’esperienza che stiamo cercando di potenziare ulteriormente”.

Giuseppe Longo, Dg Aorn Antonio Cardarelli di Napoli, ha acceso i riflettori sull’importanza di progettare bene un ospedale: “Fino a due anni fa, un nosocomio a padiglioni era considerato estremamente inefficiente, mentre durante il Covid è stato una grande risorsa – ha affermato – L’altro aspetto da considerare è l’adattabilità: esistono spazi vuoti che devono essere in grado di fornire attività assistenziale nei momenti di grande crisi”. Sempre parlando di spazi, Longo si è soffermato sulla loro umanizzazione: “Da noi per esempio abbiamo fatto la stanza degli abbracci, dimostrando che un aspetto relativo ai rapporti può trovare una sua realizzazione strutturale”.

Giovanni La Valle, Dg Aou Città della Salute e della Scienza di Torino, ha portato l’esperienza prima dell’accorpamento di tre aziende sanitarie e quattro ospedali e poi l’iter per la costruzione di un nuovo polo: “Se ne parla dai primi anni 2000, nel 2015 è arrivato il primo progetto, nel 2022 dovrebbero iniziare i lavori e nel 2027 dovrebbe esserci l’ospedali. Penso che sia necessario rivedere le norme e la burocrazia che caratterizza un percorso di questo tipo. Il più recente dei nostri ospedali risale agli anni ‘70, il più vecchio è del 1919. Dobbiamo poter avere delle strutture nuove in meno di 30 anni”.

Maria Beatrice Stasi, Dg Asst Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ha raccontato di come la sua struttura si è organizzata durante le settimane più dure della pandemia: “Di fronte all’emergenza, non ci siamo irrigiditi sui meccanismi: è nata subito l’unità di crisi, diventata una specie di testuggine, dove ciascuno combatteva fianco a fianco con i colleghi al di là dei ruoli. In Nei primi 10 giorni abbiamo avuto 250 pazienti e in pochissimo tempo 400 operatori ammalati da sostituire. Abbiamo organizzato corsi di formazione per 7.000 persone: i vari specialisti dovevano sapere tutto quello che potevamo trasmettere loro, da come trattare i pazienti ventilati a come usare i dpi”. Il Papa Giovanni XXIII di Bergamo ha appena 9 anni: “Questo ha indubbiamente aiutato, le sue torri hanno permesso di convertire gli spazi Covid mezzo piano per volta. Alla fine, su 900 posti disponibili, 600 erano Covid”.

Accanto a questo, Stasi ha gestito per oltre 16 mesi anche l’ospedale allestito in Fiera grazie agli alpini. “Credo che la flessibilità sia la vera lezione che dobbiamo imparare dal Covid – ha affermato – Oggi abbiamo molti esempi su come può essere costruito un ospedale sicuro e efficiente. Impariamo a renderlo anche flessibile”.