Telemedicina e Recovery: solo l’inizio di un nuovo inizio

Federsanità

Fino a un anno fa eravamo in pochi a parlare di telemedicina e con facilità venivamo additati come visionari, idealisti che rincorrevano servizi sanitari che hanno sempre stentato a decollare. Oggi no. Il termine “Telemedicina” ricorre più volte nel Recovery Plan con articolazioni e programmi che invocano più volte la sanità digitale come uno degli elementi cardine di un nuovo modello di sanità che potremmo definire meno “ospedale centrico”. Siamo solo all’inizio di un nuovo inizio.

Avere fondi dedicati alla telemedicina è la “conditio sine qua non”, per uno sviluppo dell’ e-health ma, lo sappiamo bene, i fondi da soli non bastano; c’è bisogno di un pensiero nuovo, di una riorganizzazione del sistema sanitario e le 1.288 Case della Comunità e i 380 Ospedali di Comunità citati nel Recovery Plan sono sicuramente un segnale importante in tal senso.

Come responsabile di un reparto di telemedicina, che da oltre 15 anni si dedica a tali servizi, non posso che rallegrarmi di questa novità, ma mi si permetta di condividere una riflessione di fondo: dobbiamo dismettere gli errori del passato e analizzare anche il perché in Italia i servizi di telemedicina si siano sviluppati così poco. Le motivazioni, a mio avviso, sono molteplici ma ne cito soltanto due, le più diffuse ed eclatanti.

Non basta un’idea, un software, qualche dispositivo per far funzionare i servizi di telemedicina. In questi ultimi anni, la stragrande maggioranza dei servizi di medicina digitale sono falliti perché non è stata pensata alcuna riorganizzazione del servizio, non sono state dedicate risorse umane, si è pensato di appiccicare un po’ di tecnologia ad un modello sanitario vecchio pretendendo magari di affidare la gestione delle problematiche tecniche, che comunque ci sono, ai medici che, specie nell’emergenza sanitaria, non potevano certo dedicarsi al problema di connettività Bluetooth dei loro pazienti. Insomma, può sembrare un’ovvietà, ma si dovranno dedicare risorse umane, medici, infermieri e tecnici ai servizi di telemedicina.

Inoltre, c’è bisogno di una regia centrale. Il termine “telemedicina” è un grande contenitore, che contiene una molteplicità di servizi diversi che spaziano dal telemonitoraggio domiciliare, alla televisita, al teleconsulto, alla telerefertazione e una miriade di altre “Tele…” seguiti da una miriade di sostantivi.
I problemi di una sanità frammentata sono emersi prepotentemente con il Covid19 e forse, proprio a partire dai servizi di telemedicina, è giunto il momento di cambiare. A mio avviso bisognerebbe favorire soluzioni con modelli operativi concreti a cui tutte le regioni possano uniformarsi. E anche all’interno di ogni regione l’autonomia di struttura non fa altro che moltiplicare nel territorio nazionale una miriade di soluzioni di telemedicina che, anche se innovative, però non parlano tra di loro e con modelli organizzativi affidati troppo alla “genialità” dei singoli. In Italia abbiamo professionalità in tal senso. Sapremo affrontare questa sfida?

Michelangelo Bartolo
Servizio di telemedicina, Az. Ospedaliera San Giovanni Addolorata – Roma